Fenomenologia di Lady Gaga (ita) – M° Aurelio Porfiri

Ho avuto a che fare con Lady Gaga, indirettamente, ai tempi in cui lavoravo come professore universitario. Una delle mie studentesse aveva fatto una tesina in cui esponeva il perché gli piaceva una canzone della cantante americana, una canzone che si chiama Born this way. Nella canzone si affermava: “Sono bella a modo mio/ Perché Dio non commette errori/ Sono sulla strada giusta, baby/ Sono nata così”. Si capisce come mai la comunità gay ha preso questa canzone come proprio inno ed è in fondo anche l’inno della cultura politically correct contemporanea, in cui non conta ciò che si dovrebbe essere ma quello che si sente di essere. L’identità non è determinata soltanto da ciò che si è in relazione alla propria essenza umana e all’identificazione con il contesto culturale in cui si viene a nascere (contesto culturale inteso nel senso più alto, non semplicemente come adesione a mode culturali) ma essa viene “sentita” come adesione ad uno stato proprio, essere “belli a modo proprio”, slegati dall’adesione con testi e contesti del mondo esterno.

Interessante in Lady Gaga è questo richiamo teologico per giustificare la tesi della sua canzone, Dio non commette errori, il che è vero. Ma è usato qui in modo tendenziale. Se usiamo questa frase nel senso di Lady Gaga dobbiamo anche giustificare il fatto che nascono milioni di criminali, assassini, malfattori…insomma, Dio da la vita, quello che poi ne fai non lo puoi imputare a lui soltanto. Invocare Dio per autodeterminarsi è in fondo una versione pop del “che c’è di male” che ricorre in tanta stampa progressista, tentando di arruolare Dio per giustificare qualunque cosa.  Portare alle estreme conseguenze questa visione vorrebbe dire liberalizzare qualunque cosa, comprese le perversioni più estreme (perché Dio non fa errori e loro sono nati così). Io non credo che sia un bene per la comunità omosessuale di usare argomenti simili per portare avanti le proprie istanze. Ma in Lady Gaga c’è anche questo senso tutto americano del self made man (o woman, in questo caso), l’idea di essere sulla strada giusta, il tema della strada che è tipico della beat culture, se pensiamo a Kerouac, del cammino verso la frontiera che ha informato tanta cultura americana. Ma nel caso della cultura promossa da tanto mondo pop, la frontiera si sposta sempre più in là e non arriva mai. Io invece credo sia molto più saggia la posizione di chi riconosce una frontiera e un di qua e di là da essa, dovendo poi comunque fare i conti con la propria realtà e le proprie debolezze, come ci insegna in questi ultimi tempi Papa Francesco nell’interessante libro intervista con Andrea Tornielli.

Quello che poi succede spesso è che questi promotori di una cultura dello “spostamento della frontiera” sono coloro che, incoerentemente, trasudano “Dio, patria e famiglia”. Nel caso di Lady Gaga come abbiamo visto c’è il richiamo a Dio quasi a voler giustificare le asserzioni della sua canzone, l’abbiamo anche vista recentemente durante un grande evento sportivo cantare con voce appassionata l’inno americano e l’abbiamo ammirata anche esibirsi con l’ultraottantenne cantante americano Tony Bennett, certamente non da considerarsi un cantante rivoluzionario. Lady Gaga, di origine italiane, fa riferimenti continui al sacro nel suo album, un sacro che tenta di dissacrare sulla scia del modello primigenio di questo genere, Madonna, che aveva capito che se fare professione di attenzione ai valori sacri della tradizione poteva danneggiare, l’affermarli attraverso la loro contestazione poteva invece metterti in una situazione favorevole per avere successo.

Ecco Lady Gaga, che è immagine della contraddizione degli Stati Uniti, un paese che rappresenta la nuova frontiera della libertà per molti, una libertà che però nessuno sa dove finisce o dove debba finire. Una libertà che è sempre sulla strada alla ricerca di sé stessa.