Giubilazioni (ita) – M° Aurelio Porfiri

Una settimana fa circa, si è aperto il Giubileo della misericordia. Devo dire che ho seguito con attenzione tute le fasi che hanno precluso all’inizio di questo grande evento e su alcune cose vorrei dare una modesta opinione. Per esempio, mi ha sorpreso negli ultimi mesi questo abbandono progressivo della lingua latina. Ora, io non sono un fanatico ma credo che questo sia un segno che vada interpretato. Mi sarei aspettato che all’apertura della porta santa, almeno in San Pietro, si pronunciasse la formula nell’imparziale latino. Perché in italiano e non in inglese, spagnolo o cinese? In effetti questo trend era già stato visto nel Sinodo sulla famiglia, in cui il latino era stato piano piano emarginato.

Mi viene sempre da ricordare che, secondo i documenti conciliari e la dimenticata Veterum Sapientia del 1962, la lingua latina sarebbe da onorare come custode di un patrimonio di fede, arte e cultura che ha fatto la civiltà occidentale: Quam ob rem Ecclesia sancta eius modi sapientiae documenta, et in primis Graecam Latinamque linguas, sapientiae ipsius auream quasi vestem, summo quidem honore coluit: atque etiam venerandos sermones alios, qui in orientis plagis floruerunt, quippe cum ad humani generis profectum et ad mores conformandos haud parum valerent, in usum recepit; iidemque sive in religiosis caerimoniis sive in Sacrarum Scripturarum interpretatione adhibiti, usque ad praesens tempus in quibusdam regionibus, perinde ac vivacis antiquitatis numquam intermissae voces, viguerunt” (Per la qual cosa la Santa Chiesa ebbe sempre in grande onore i documenti di quella sapienza e prima di tutto le lingue Latina e Greca, quasi veste aurea della stessa sapienza; accettò anche l’uso di altre venerabili lingue, che fiorirono nelle regioni orientali, che non poco contribuirono al progresso del genere umano e alla civiltà; le stesse, usate nelle cerimonie religiose o nell’interpretazione delle Sacre Scritture, hanno vigore anche oggi in alcune regioni, quasi non mai interrotte voci di un uso antico ancora vigoroso).  Quando si perde questa “veste aurea” di questa sapienza, non si cambia semplicemente un vestito, ma quasi quasi si cambia pelle.

Io credo bisogna richiamare con forza le nostre radici, proprio ora che siamo in conflitto e contrasto con altre culture che fanno del loro senso di identità, anche se mal compreso, un punto di forza.