il Verbo si è fatto carne (ita) – M° Aurelio Porfiri

Ho molto parlato in precedenza di come la musica liturgica attraversi una crisi senza precedenti, una crisi da cui sarà molto difficile uscire fuori. Ieri, per fare un esempio in un altro campo, la mia squadra del cuore (la Roma) è riuscita a vincere dopo una serie di partite disgraziate. L’allenatore Rudi Garcia in bilico e a rischio esonero ha dichiarato che quella era la luce fuori dal tunnel. Ora, per la musica liturgica non si vede una luce fuori dal tunnel, anzi si assiste alla radicalizzazione e normalizzazione della mediocrità, che è qualcosa di ancora peggio. Se ne ha l’analogo nella società, in cui alcune tendenze ed alcuni comportamenti vengono normalizzati come se essi fossero sempre stati da considerare accettabili. In questo senso dovrebbe parlarsi di senso del peccato che si è perso, anche nella musica liturgica: quello che decenni fa non sarebbe stato permesso anche nelle composizioni più mediocri è oggi considerato la norma, proposto e imposto da conferenze episcopali, uffici liturgici, associazioni più o meno in buona fede. Qualcuno si potrà chiedere se questo corrisponde ad una mancanza di buone composizioni e buoni compositori: io contesto fortemente questo. Ci sono buone composizioni e buoni compositori che sono per lo più emarginati se non appartengono a qualche cordata potente. Il problema è che tra quelli che vanno per la maggiore ben pochi hanno il talento del compositore, facendo così in modo che ci troviamo a navigare nella melma in cui ci troviamo.

Ma ci sono esempi positivi, talvolta anche pubblicati da quelle case editrici che più contribuiscono alla mediocrità della produzione liturgico-musicale che scorazza per le nostre chiese. Un esempio positivo è per esempio la messa Il Verbo si è fatto carne, di Monsignor Valentino Miserachs. Certamente il nome di questo insigne musicista non sarà ignoto a coloro che si occupano di musica liturgica. Non molti sanno che, accanto alla sua produzione in lingua latina, c’è una cospicua produzione in lingua italiana che molto ben figurerebbe nelle celebrazioni liturgiche delle nostre  chiese. Questa messa è il chiaro esempio di cosa un compositore dotato può fare anche con composizioni in lingua italiana che comprendano il canto dell’assemblea, la schola cantorum e l’organo. Non è vero che non è possibile combinare questi elementi, non c’è la volontà di farlo per non dispiacere certi settori e certe lobbies che godono di importanti protezioni. Questa messa, che oramai ha qualche anno dalla sua pubblicazione, mostra una abilità profonda nel conciliare le esigenze del canto popolare con i diritti e i doveri di coro e organo. Le riarmonizzazioni presenti nel canto dell’offertorio sono sapientissime, così come il trattamento armonico in generale e l’uso del latino accanto all’italiano. Questa messa dovrebbe essere un modello per compositori liturgici che vogliono cimentarsi con la composizione non rifiuti le esigenze dettate da una sana riforma nella continuità con la grande tradizione.