La caduta di Roma (ita) – M° Aurelio Porfiri

Roma muore di una morte che non muore mai. La si vede incartocciata nel suo cattolicesimo manierista, abbracciata alle colonne di marmo bianco chiedendo l’elemosina a quella storia di cui un tempo fu padrona e signora. Eppure, strano a dirsi, Roma muore di una morte che non muore mai. La vedi preda di sindaci insindacabili, alla mercè di Papi simpatici e di storie che non promettono niente di buono. Il romano ha imparato l’arte di lamentarsi, quel lungo lamento che non prelude alla fine ma all’incombenza di un nuovo inizio. Roma aspetta la sua risurrezione fra Cristi di cartapesta e uomini in nero sempre pronti a far festa, a guidare lunghe processioni ed intonare vane canzoni.

Roma promette, ma non può mantenere, e lo sa. Roma cade continuamente ma sempre casca in piedi. Roma vive la sua crisi come un malato terminale aspetta che il respiro si faccia raro nella gola. Perchè Roma sa che non puà morire, sa che un sogno, un ideale, una promessa può soltanto svanire per poi riapparire in occasioni più favorevoli. Roma è madre, una madre che non ti abbandona. Roma è lo splendore della storia e il degrado delle periferie. Se sei a Roma renditi disponibile a morire con lei, a morire di quella morte che non muore mai. Roma ti sarà grata e ti donerà quel vento leggero e quella luce serotina che sole ti fanno sentire che nel ciclo delle morti infinite si nasconde lo scintillio dell’eternità.