La preghiera soave (ita) – M° Aurelio Porfiri

La Sacrosanctum Concilium non è stata capita abbastanza. Diciamo che la sua interpretazione ha seguito le mode che gli ermeneuti seguivano in quel dato momento e che, in molti casi, hanno continuato a seguire. Prendiamo il punto dove dice che la musica per la liturgia da alla preghiera una espressione più soave e favorisce l’unanimità; arricchisce i riti sacri di maggiore solennità. Qui abbiamo tre punti che vanno considerati.

1) Espressione più soave della preghiera. Questa terminologia è interessante. Il legiferatore non si riferisce alla preghiera in se stessa, ma alla sua espressione; quindi non alla preghiera intesa in se stessa ma al modo in cui detta preghiera viene percepita. Quindi la musica liturgica ha un compito anche pratico, quello di arricchire l’esperienza sonora del fedele e predisporlo così a partecipare maggiormente al Mistero che viene celebrato. Se il fine della partecipazione è proprio quello di entrare di più nel Mistero che si va celebrando, non si potrà fare a meno di curare che la musica liturgica favorisca questa vera partecipazione, non allontanando dallo spirito di devozione ed adorazione che spira nei santi Misteri. Se noi favoriamo una musica più profana con l’idea che essa possa servire ad avvicinare la gente alla liturgia, stiamo facendo un errore colossale. La musica per la liturgia è in funzione del rito celebrato non dei partecipanti: perché questa rito è riflesso del Sommo Bene “benefica” anche chi partecipa se i codici impiegati sono dispiegati a questo fine e non a quello di semplicemente arruolare gente in una improbabile “battaglia”. Lo diceva bene il mio professore di filosofia, Padre Enrico Zoffoli: “Se soltanto l’essere è bene, Dio, partecipando l’essere, comunica la propria bontà, compie il primo e indispensabile atto dell’Amore che tutto dona, nulla esige, nulla riceve. Così la creatura, obbedendo a Lui, dà soltanto a se stessa” (Zoffoli, 1996). La musica per la liturgia, tramite l’opera umana del compositore e degli esecutori, è un esempio di questa auto-comunicazione di Dio e tenta di rifletterne questa bontà di tono soprannaturale, quella essenziale bontà di Colui che ha vinto il mondo.

Favorisce l’unanimità. Questo punto, legato inestricabilmente a quello della partecipazione, è un altro punto che è stato fortemente travisato nel dopo Concilio. Si è inteso l’unanimità nel senso che tutti devono fare qualcosa ma non si è capito che si intendeva la concordia, la consonanza dei cuori diretti allo stesso fine e che guardano nella stessa direzione. Certamente questa concordia deve essere realizzata tramite l’appello all’uomo integrale, quell’uomo che è fatto anche di espressione vocale ma non può e non deve limitarsi esclusivamente a questo. Sarebbe una limitazione che non ha senso vista nel contesto di questo capitolo e degli insegnamenti della Tradizione.

Arricchisce di solennità i riti sacri. Anche questo è un punto importante da tenere in buona considerazione. La musica, proprio per ricollegarsi al punto primo, favorisce una espressione più profonda del senso della preghiera, per questo, attivando facoltà emozionali dell’essere umano che altrimenti rimarrebbero inattive, rende il rito più risonante nell’animo dei fedeli. Attraverso la vera musica liturgica l’uomo è più predisposto a farsi prendere dalla bellezza di un rito, è più predisposto ad aprire le proprie orecchie all’ascolto di quella parola che attraverso la musica gli scende dentro con più efficacia, è più predisposto ad aprire il cuore e a farsi coinvolgere in quel richiamo ad una Bellezza originale ed originante.

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