La voce degli angeli (XIV parte) / Angels’ Voices (Part fourteen) – (ita – eng) – Dr. Marina Madeddu

Spesso coloro che ascoltano cantare questi ragazzi, incuriositi domandano come si fa a mettere insieme una bella scuola di canto, un bel coro.

E’ un problema che va assai oltre la questione di metodo, un problema più generale, più vero e concreto, perciò più importante.

C’è il giovane sacerdote sensibile e generoso che é alle prime prove in Parrocchia e vorrebbe talvolta la chiesa piena di tanta bella armonia. C’è il vecchio parroco che ripensa ai canti uditi nella lontana gioventù quando lui stesso appassionato cantorino in seminario tremava di commozione nei giorni di festa al suono dei potenti cori sacri e vorrebbe riprodurne l’incanto, persuaso che la stessa commozione invaderebbe gli animi sensibili dei ragazzi d’oggi, pur così diversi dai ragazzi di un tempo ma non meno aperti e generosi.

V’è spesso il laico appassionato cultore della musica sacra che si presta, si dedica, si sacrifica, magari in un ambiente di tiepida condiscendenza, per edificare nella sua parrocchia qualcosa di più degno per la lode di Dio, e che tanto amerebbe riudire la voce dei ragazzi cantori sulla vecchia cantoria ppolverosa e un poco sconnessa accanto all’organino sferragliante sotto i tasti consunti.

Domandano, un po’ invidiosi, come si fa…

Mi capita di rispondere che infine si tratta dell’uovo di Colombo.

Due punti. Primo: scegliere elementi buoni, musicalmente e vocalmente dotati. Secondo: lavorare e lavorare e poi lavorare.

Già, perché i miracoli non se ne fanno e nessuno al mondo li fa.

Prima di tutto scegliere. Capisco che si tratta di ricercare una distinzione, di creare una aristocrazia e in tempi così democratici c’è sempre qualcuno a cui ogni scelta di privilegiati dà sul naso, ma qui si tratta di una aristocrazia dello spirito e responsabile ne è soltanto il Padreterno.

Dunque scegliere e con rigore, perchè solo coloro che hanno avuto questo dono da Dio saranno in grado di trascinare gli altri che questo talento non possiedono e che si esalteranno nella contemplazione dell’ascolto. E poi lavorare, lavorare tanto, senza intermissione e senza mezzi termini.

I primi anni in cui facevo questo lavoro, avevo quasi paura di farli faticare troppo “quei poveri ragazzi”.

Mi sbagliavo: dai ragazzi, se si vuol trattarli bene, bisogna esigere ed esigere molto; essi sono i primi ad esserne convinti e soddisfatti.

Se la fortuna ci ha fatto imbattere in un bell’elemento, noi ci si è anche presi una bella responsabilità. Dobbiamo dargli tutto ciò che abbiamo nel nostro cuore perché egli possa aprire abbondantemente tutto il suo. Egli stesso lo esige e se non lo otterrà, si ritirerà mortificato e insoddisfatto.

***

L’ora del termine arriva spesso inavvertita; ci sarebbe tanto da fare e i ragazzi stanno proprio dandoci dentro col maggiore impegno… ma finiamola per oggi con i vocalizzi e i solfeggi. Una breve preghiera, un pensiero di ringraziamento a Dio “pro universis beneficiis” e poi ci si avvia all’uscita.

I piccoli ti sono attorno, azzardano prima l’uno, poi l’atro, timidamente: “Come vado? Come sono andato?”

Perché durante la lezione va sempre tutto male, malissimo a sentire il maestro; allora attendono l’uscita per sentirsi dire confidenzialmente: “Non preoccuparti; vai bene; ancora un po’ di lavoro e ce la fai”.

Allora spiccano la rincorsa e li senti poi gorgheggiare a tutta canna lungo il corridoio. “Ragazzi, ma quante volte vi si deve dire che questo chiasso non va bene?”

Tratto da: Catena, P. Giovanni Maria, “La Cappella Sistina nella sua vita interna” in Cappella Sistina, (1964-1967)

Those, who listen to these children singing, often ask with curiosity how can we create a good school of singing, a good choir.

It is a problem which is beyond a matter of method, a more general, real and concrete question and so more important.
There is the young, sensible and generous priest, who is beginning in his Parish and sometimes would like a church full of harmony. There is the old priest, who thinks about the songs that he listened to when he was young, when he himself was a young singer in the seminary and trembled moved on the feast days at the sound of the powerful sacred choirs, and would like to reproduce that enchantment, convinced that also the sensible souls of today boys would be moved like him, even if these boys are so different, but not less opened and generous.

There is often the layman, enthusiast of sacred music, who works, dedicates himself, sacrifices himself, sometimes in an environment of tepid obligingness, creating in his parish something more worthy for praising God, and who would like to listen to the singer children’s voices in his old, dusty and a little bit broken choir loft with the a small organ with consumed keys.

They ask, a little bit envious, how I can do it?

I answer that it is like the egg of Columbus.

Two steps. First of all: choosing good elements, music and a gifted voice. Then: working, working and working.
Yes, because we do not make miracles and nobody do them so in the world.

First of all we have to choose. I understand that it is a matter of researching a distinction, of creating an aristocracy and in these times of democracy there is always someone who does not like a choice of privileged ones, but here we are talking about a spiritual aristocracy and only God is responsible for that.

So to choose with precision, because only those, who had this gift from God, will be able to gain the others, who do not have it and will be exalting in the contemplation of the listening. And then working, hard working, without stop and compromises.
When I did it at the beginning , I was afraid of making “these poor boys” tired.

I made a mistake: if you want to treat the children well, you have to be demanding and very much so; they will be the first to be convinced and satisfied.

If we are so lucky to meet a good element, it is also a great responsibility. We have to give him all that we have in our heart, so that he can open widely his one. He will ask for it first and if he will not get it, he will be humiliated and unsatisfied.

***

The end of the lesson comes unexpectedly sometimes; there is a need to go on and the children are working so hard… but today let us stop with vocalises and solfèges. A short prayer, a thanks to God “pro universis beneficiis” and then we go out.

The children are around me and ask shyly: “Am I alright? How was I?”

Because usually during the lesson everything is bad, very bad in the teacher’s opinion; so, they wait at until the end of the lesson to hear, in confidence: “Do not worry, you are doing well; a little bit of more work and you will make it”.

So they run away and sing loudly in the corridor. “Boys, how many times have I to tell you that this noise is not good”?

From: Catena, P. Giovanni Maria, “La Cappella Sistina nella sua vita interna” in Cappella Sistina, (1964-1967)

(Translation by Marina Madeddu)