L’applauso in Chiesa (ita) – Padre Serafino Tognetti

Da: Serafino Tognetti (2016), La via. Meditazioni per una vita cristiana. Hong Kong: Chorabooks

Ultimamente è in voga l’uso di applaudire in chiesa, soprattutto in occasioni di matrimoni, ordinazioni sacerdotali, professioni religiose, o anche di funerali. Si applaude colui che ha vissuto qualcosa di importante: lo sposo, il professo, il defunto, il nuovo sacerdote o vescovo.

Ma anche in occasioni più comuni si applaude: una volta mi applaudirono, chissà perché, dopo un’omelia (!), un’altra volta il parroco mi salutò come sacerdote appartenente ad una comunità di recente fondazione, e la gente si mise ad applaudire. Durante l’omelia di un neo-vescovo consacrato di recente, in occasione della sua prima Messa da vescovo, si sono contati almeno ventisette fragorosi applausi. Altre volte sono i sacerdoti stessi a richiedere l’applauso: “Ed ora salutiamo i novelli sposi con un bell’applauso!”

Io ritengo che questi applausi siano completamente fuori luogo, non siano da farsi, mai, per nessuna ragione. D’altro canto non è scritto da nessuna parte che gli applausi debbano farsi. Il tempio di Dio non è il luogo degli applausi. Il motivo? Il motivo è semplicemente che con l’applauso si sposta l’attenzione: si celebra l’uomo al posto di Dio.

Che cosa significa infatti l’applauso? Il battere le mani è manifestare la propria gioia e partecipazione all’evento compiuto da qualcuno cui noi vogliamo manifestare la nostra piena approvazione. Si applaude un cantante che ci ha donato una bella canzone; il giocatore di calcio della nostra squadra dopo un gol; si applaude uno studioso che riceve un premio, per manifestare la nostra gratitudine; si applaude un funambolo del circo dopo il suo esercizio, o un clown perché ci ha fatto ridere. Nessuno invece applaude nel rimirare estasiato un tramonto sull’oceano, o nell’osservare ammirato il volo degli uccelli nel cielo, L’applauso è sempre in relazione agli uomini, quando fanno qualcosa di bello che ci piace. L’applauso è sempre qualcosa della massa, della folla, verso il singolo uomo bravo, virtuoso, che ha fatto qualcosa di gradevole e importante.

Se così è, nella Messa allora dovremmo applaudire a Gesù. È Lui che é morto per noi in croce. È Lui che ha sofferto, è Lui che è risorto, è Lui che ci libera dai peccati. Ma Gesù, si sa, non vuole applausi, vuole seguaci. Non vuole ammirazione: vuole discepoli, “Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte. Ma Egli rispose: beati piuttosto. quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,27-28).

Gesù certo li meriterebbe gli applausi, ma non li vuole. Probabilmente sotto la croce a nessuno venne in mente di applaudire. Nel momento della resurrezione, poi, non c’era nessuno, e se c’era, dormiva (le guardie). E nella Messa non succede la stessa cosa, morte e resurrezione? La Messa è il Sacrificio di Cristo, non altro, da vivere con timore e tremore, nella preghiera, nell’adorazione, nella lode, nel ringraziamento, nella contrizione. Il nostro rapporto con Gesù-Salvatore nella Messa trova il suo apice, il punto massimo di espressione e realizzazione.

Nella Messa tridentina di san Pio V questo senso di Mistero è molto vivo: all’altare c’è solo il sacerdote, e la partecipazione attiva del fedele (cioè la parte parlata) è ridotta al minimo: il fedele partecipa unendosi al sacerdote nella sua grande preghiera sacerdotale, intimamente, nell’adesione del cuore e della fede. Ora l’altare è rivolto verso il popolo, la lingua è la lingua del parlare comune, e questo spostamento verso la comunicazione diretta può portare, se spinto troppo oltre, a degli eccessi, che in realtà accadono: dialoghi continui anche fuori quelli segnalati, improvvisazioni, perdita del senso del sacro, del Mistero, della Trascendenza. La Chiesa Ortodossa orientale invece ha mantenuto questo modo di sentire e vivere l’Eucarestia: figuratevi che al momento della consacrazione addirittura vengono chiuse delle porte davanti all’altare (a volte ci sono delle tende, che comunque si chiudono) e nessuno vede più niente; a consacrazione avvenuta esce il sacerdote e mostra la particola ai fedeli: “Ecco l’Agnello di Dio!”

L’atteggiamento del fedele dovrebbe essere allora quello della meraviglia, dello stupore, del Mistero  realizzato. Il perdono ricevuto in Cristo, in quel Sangue divino, deve dare a noi compunzione, gioia intima, senso di inadeguatezza, ringraziamento; e le parole, alternate al silenzio, devono essere quelle che la liturgia ci presta: poche, misurate, sobrie, e soprattutto sacre.

Nel momento invece in cui noi applaudiamo, riconosciamo un merito all’uomo (sacerdote, sposo, professo, fedele che va a dare una testimonianza, o chiunque esso sia) che in quel momento prende il posto di Dio e trasformiamo la chiesa in un teatrino molto umano. Spostiamo l’asse verso il basso, e perdiamo il senso dei Mistero. Banalizziamo, mondanizziamo. Dal momento che la spinta verso il basso è più facile da seguire rispetto a quella che porta a Dio, ed è facile caderci, è proprio il contrario che noi dovremmo fare: entrando in chiesa dovremmo fare innanzitutto una profonda genuflessione, prostrazione o inchino (e invece ci si dimentica facilmente…. forse è perché ci si vergogna?), cosa che invece fanno gli orientali, i quali fanno continuamente inchini davanti al Sacramento e alle icone; dovremmo poi favorire questo senso sacro e del Mistero alimentando il silenzio e l’adorazione con l’atteggiamento della nostra persona, del corpo, del viso, della voce. Ci rimango sempre male quando, dopo aver detto: “La Messa è finita, andate in pace”, l’assemblea si trasforma in un mercato: si parla immediatamente di tutto, a voce anche alta… e si perde immediatamente tutto. Eppure abbiamo appena ricevuto il Signore.

Tutt’altra cosa era la Messa di don Divo Barsotti. Lo abbiamo spesso visto piangere, mai applaudire. Nelle

sue Messe il suo atteggiamento ci richiamava ad una partecipazione commossa e profonda. Era un entrare nel Mistero, ed esserne coinvolti; vi era una attenzione a Dio e non all’uomo, da cui ne veniva spesso quel desiderio di Dio che porta a conversione. Oggi ci mancano questi testimoni. E che disastro quando i preti cercano gli applausi, i consensi, le platee! Gesù – ripeto – non voleva consensi, ma conversione di cuori.

Succede invece che il fedele in chiesa, per niente coinvolto nello stupore, nella meraviglia, nella conversione, nel rapporto, nella Salvezza offerta in Cristo per la sua croce e resurrezione, magari non risponde al dialogo liturgico (vi è mai capitato di partecipare a certe Messe di nozze, per esempio, in cui nessuno risponde nei vari dialoghi tra sacerdote e assemblea?), non canta, non prega, però alla fine applaude: la Messa, completamente vuota di significato esistenziale per lui e per la sua storia, “gli è piaciuta”, e quindi applaude a questo o quel protagonista, fedele o prete che sia. Come si fa a una conferenza, o al circo.

Questo atteggiamento è proprio l’esatto contrario della Liturgia viva e salvifica.

 

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