Le due chiese (ita) – M° Aurelio Porfiri

Io non credo sia necessario un osservatore attento per capire che ci troviamo di fronte ad una Chiesa divisa in due, quasi due Chiese. I due ultimi pontificati hanno certamente diviso, l’uno spostando l’ago della bilancia verso il fronte conservatore mentre l’altro verso quello progressista. Il fatto che tutt’ora abbiamo due Papi viventi non fa che mostrare ancora più plasticamente e visivamente quella che è una situazione di cui tutti, se onesti con quello che li circonda, si rendono conto.

Ora, c’è da dire che io ammiro molto Papa Benedetto XVI, ma proprio per la mia grande ammirazione che in alcune scelte non è stato fortunato, prima fra tutte quelle dei collaboratori. Purtroppo si è messo in mano ad alcuni che alla fine, secondo l’opinione diffusa, ne hanno provocato le dimissioni.

Per Papa Francesco devo dire che ho simpatia nel senso che si è trovato a gestire una situazione difficile. Certamente la sua sensibilità ecclesiale e liturgica non è la mia, ma riconosco che ha cercato di denunciare le incongruenze che lui ha identificato nel funzionamento della Chiesa. Certo in molte decisioni non lo riesco a seguire, pur se naturalmente ha il mio rispetto di Cattolico verso il Sommo Pontefice. Ma pur se questo rispetto è sempre presente, la coscienza non può tacere di fronte ad alcune mosse a cui stiamo assistendo.

Si pensava che Papa Benedetto XVI potesse fare qualcosa per la liturgia e la musica liturgica, ha fatto poco e niente se si eccettua il Summorum Pontificum che ha accontentato coloro che si sentono legati alla messa tradizionale ma che non ha risolto gli enormi problemi della forma ordinaria del rito romano, problemi che si trascinano e che non verranno certo risolti sotto Papa Francesco, che ha interesse per altre cose.

Mentre questo Giubileo si trascina stancamente, chi bazzica i social network può assistere di persona a questi continui litigi, figli di due visioni opposte della Chiesa Cattolica. Alcuni pensano essere questi tempi di transizione, io li vedo come tempi di decadenza a cui si spera ci sia una futura rinascenza perché l’alternativa sarebbe la fine di tutto, pur se nominalmente tutto starebbe in piedi come sempre.