Non siamo uguali (ita) – M° Aurelio Porfiri

Alcuni giorni fa, durante il Sinodo che si sta svolgendo in Vaticano, c’è stato un intervento che ha gettato sulla discussione una potente luce, anzi, una potente Lucetta. Come avrete capito dall’infelice gioco di parole, mi riferisco all’intervento di Lucetta Scaraffia, storica e giornalista italiana. La Scaraffia, collaboratrice anche del giornale Vaticano L’Osservatore Romano, è una  convertita al cattolicesimo. In una intervista al settimanale italiano Panorama, raccontando della sua conversione, così si esprime: “Ho avuto una conversione vera. Era domenica, tornavo dall’edicola. Vidi molta gente radunata davanti alla Basilica di Santa Maria in Trastevere, allora abitavo lì. C’era pure Giulio Andreotti. Un passante mi spiegò che si festeggiava il ritorno di un’icona restaurata, una madonna del VI secolo. Mi ritrovai non so come nel primo banco della chiesa. Entrò l’icona, preceduta da una lunga processione. Il coro intonò l’Akathistos bizantino, il più antico inno liturgico dedicato alla Madre di Dio. E io mi sentii male. Mi scusi… (Si commuove). Fui invasa da un fortissimo senso di luce, di calore, di presenza. Ho capito che lì c’era, ecco. C’era e mi diceva qualcosa. Mi si rivelava. Le parole sono rozze, non possono spiegare la gratuità della grazia divina. Da allora mi pare d’essere completamente cambiata”. Il racconto è per me curioso, in quanto Santa Maria in Trastevere è la mia Chiesa parrocchiale, dove sono stato battezzato, dove ho ricevuto la comunione e la cresima e dove sono stato organista per molti anni. Ero probabilmente anche presente all’evento che la Scaraffia menziona. Ma non è importante in questo momento.

Dicevo del Sinodo. Nel suo intervento, la professoressa Scaraffia, dopo aver suggerito di ascoltare di più le donne, ha menzionato un fatto che personalmente credo essere un grande limite di questo Sinodo, forse il più grande: “Voi, infatti, troppo presto parlate di una famiglia astratta, una famiglia perfetta che però non esiste, una famiglia che non ha niente a che vedere con le famiglie vere che Gesù incontra o di cui parla. Una famiglia così perfetta che sembra quasi non aver bisogno della sua misericordia né della sua parola: ‘Non sono venuto per i sani ma per i malati, non per i giusti ma per i peccatori”. Si era già detto:  spesso si ha l’impressione che il Sinodo si occupi della famiglia ma che di molte famiglie non conosca e non capisca le dinamiche più profonde; e queste famiglie sono la maggioranza. La diversità uomo donna, il fatto che non siamo uguali e che nel matrimonio l’unione degli sposi non può mai essere perfetta se non nella dissonanza che risolve in consonanza (ma non sempre questo accade, anzi, accade sempre di meno). Ho l’impressione che nel Sinodo si parli molto di noi, ma senza conoscerci bene e senza che molti protagonisti veri abbiano diritto a dire la loro. E questo condanna la gerarchia cattolica ad un isolamento sempre più grande verso la stragrande maggioranza dei fedeli.