Sorrido quindi canto… / I smile, therefore I sing… (ita-eng) – M° Antonio Juvarra

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Mathilde Marchesi

Nell’antico belcanto il sorriso indicava il canto come nell’antico zen il dito indicava la luna… Questo prima che gli ‘scienziati’ del canto lo radiografassero, sentenziando per bocca di Mathilde Marchesi che esso era “contrario alle leggi acustiche”.

Il sorriso, il vero sorriso, quello interiore, è la luce che illumina i suoni della voce umana e li distingue dai versi animaleschi, dalle ‘sirene’ e dagli altri surrogati del neo-canto tecnologico.

Il vero sorriso (che non è quello esterno, statico e ‘scientifico’ del ‘sollevamento dell’arcata zigomatica’) è al di sopra dei due opposti, rappresentati dal pianto e dal riso. Se scissa tra l’uno e l’altro di questi due poli che mai ritroveranno la loro unità, la voce diventerà, a seconda del polo scelto, o ‘pianto-ululato’ o ‘nitrito’, come ebbe a profetizzare incredibilmente Mancini nel Settecento, avendo una visione delle future ‘figure obbligatorie’…

Ma perché bisognerebbe sorridere cantando? Poiché il vero sorriso è contenuto in nuce nel sospiro di sollievo, che è il magico fattore di trasformazione del parlato in canto, la risposta è: per cantare si sorride esattamente come per volare si aprono le ali… Allora il canto rivelerà la sua essenza originaria. L’espressione del dolore e delle passioni più sconvolgenti, infatti, mai potrà celare o cancellare la traccia vivente, impressa nel canto, del luogo da cui esso trasse origine: il regno dell’estasi.

Dopo anni passati a giocare ‘scientificamente’ con i muscoli, si scopre che la profondità non abita la complicazione dei meccanicismi, ma la semplicità dei gesti globali naturali, e il sorriso è il primo gesto naturale che realizza questa semplicità.
Il sorriso sorvola la profondità e sfiora gli abissi così come lo Spirito primigenio aleggiava sulle acque, mentre ogni ‘scavo’ e ogni verticalizzazione affonderà e seppellirà la voce irrimediabilmente.

Non esiste una vista ‘verticale’: la visione del canto domina dall’alto un ‘orizzonte visivo’, che è evocato insieme dal sorriso, dal movimento orizzontale-circolare dell’articolazione naturale e dallo sbocciare e dispiegarsi orizzontale dello spazio di risonanza.

Da questo piano trascendentale la voce è libera di spaziare ubbidendo solo a sé stessa, finalmente uscita dalle gabbie del giochino infantile dell’avanti e dell’indietro.


 

In the past times in Bel Canto, smiling indicated the singing as in the ancient Zen the finger indicated the moon… And this before that the “scientists” of the singing X-rayed it, pontificating through Mathilde Marchesi that it was “opposite to the acoustic laws”.

The smiling, the real smiling, the internal one, is the light which illuminates the sounds of human voices and distinguishes them from the animal calls, from the “mermaids” and from the other surrogates of the technological new singing.

The real smiling, which is not the exterior, static and “scientific” one of the “zygomatic bone’s raising”) is beyond the two opposites, represented by crying and laughing. If it is separated between the one and the other of these two poles, which never will find again their unity, the voice will become, according to the chosen pole, ‘crying-howling’ or ‘nitrite’, as incredibly predicted by Mancini in the XVIII century, having a vision of the future ‘mandatory positions’…

But why should we smile when we sing? Because the real smile is included in nuce in the relief’s sigh, which is the magic transformation’s of the spoken in singing;, the answer is: to sing you have to smile exactly as to fly… So the singing will reveal its original essence. Indeed the pain’s and most shocking passion’s’ expression will never hide or cancel the living trail, impressed in the singing, of the place from which it comes: the ecstasy’s kingdom.

After many years have passed in playing “scientifically” with muscles, we discover that the depth is not in the complication of mechanisms, but simpleness of global natural gestures and the smiling is the first natural gesture which fullfils this simpleness.
The smiling flies over the depth and skims over the abyss as the primary Spirit flied on the waters, on the contrary every “digging” and vertical arranging will sink and will bury irreparably the voice.

There is not a “vertical” seeing: the singing’s vision dominates from the height a “visual horizon”, evoked together by the smiling, by the horizontal-round of the natural articulation movement and by the blossoming and horizontal opening of the resonance’s space.

From this transcendental level the voice is free to space obeying only to itself, finally exited from the cages of the childish game of the forward and of the behind.

(Translation by Marina Madeddu)