Un patrimonio di inestimabile valore (ita) – M° Aurelio Porfiri

La Sacrosanctum Concilium presenta la tradizione musicale della Chiesa Cattolica come un patrimonio di inestimabile valore che eccelle tra le altre espressioni artistiche. Perché questa enfasi sui repertori musicali tradizionali? Basterebbe pensare all’importanza che ha avuto l’opera della Chiesa Cattolica non solo nello sviluppo di repertori musicali adeguati per il culto, ma anche nello sviluppo della cultura musicale occidentale per se. Non sempre ricordiamo, che la Chiesa è stata una delle colonne dello sviluppo culturale dell’occidente, coltivando artisti, fornendo loro libertà di creare e occasioni per sperimentare nuove direzioni estetiche.

“La musica per la liturgia scaturisce dall’esperienza orante della Chiesa nel momento in cui il popolo santo di Dio celebra il Mistero. Canto e musica per la liturgia si pongono nella vita della Chiesa come esperienza di preghiera e di quel tipo specifico di preghiera, quella liturgica. Solo in questa prospettiva si possono comprendere sia la dimensione estetica sia il valore cultuale della musica per la liturgia.(…) Dal momento che la tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio di inestimabile valore, che il canto sacro unito alle parole è parte necessaria e integrante della liturgia solenne, che esso è stato lodato dalla Sacra Scrittura, dai Padri della Chiesa e dai Romani Pontefici ed ha un compito ministeriale nel culto divino, ne consegue che “…la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica” (SC 112). Si tratta di compiere quello che è stato chiamato un salto di qualità e che va dal sacro al santo. Rispetto alla vecchia concezione, generica e fuorviante, di musica sacra, è bene distinguere una musica di contenuto genericamente religioso da una musica di destinazione strettamente liturgica. Ecco, allora, l’importanza decisiva di ricorrere a un’espressione più corretta e rispondente, ovvero canto e musica per la liturgia. (…)Nella musica per la liturgia la bellezza sonora non è l’effetto di un’arte umana che si autocompiace e che perciò si autocelebra, ma è l’eco della gloria divina che si rivela. Il musicista deve prima percepire il mistero, per poi poterlo artisticamente comunicare in forma musicale. Senza queste due realtà, si cade inesorabilmente nell’idolatria: una musica che canta solo di sé, che venera se stessa e non diventa epifania della bellezza-gloria nel mistero celebrato. L’arte musicale per la liturgia non pretende di insegnare all’artista soltanto a svolgere il proprio compito, ma intende proporgli il mistero che è chiamato a comporre musicalmente. In questo modo, essa si attende, attraverso l’opera del musicista già esperto nella propria arte, nuove vibrazioni di armonie per la stessa teologia. In definitiva, il fine della musica per la liturgia non è tanto quello di produrre e far ascoltare un opus musicale fine a se stesso, quanto quello di presentare in forma sonora il mistero rappresentandolo. Dio canta il suo Verbo e lo dona, l’artista incarna il Verbo e lo canta. Questa è vera arte spirituale per la liturgia: questa è musica “santa” come rivelazione atropo-teologica” (Liberto, 2004). In questo testo dell’allora Maestro della Cappella Sistina, tratto da un articolo apparso sull’Osservatore Romano, troviamo alcuni antidoti per comprendere come quell’inestimabile valore della tradizione musicale della Chiesa Cattolica non va intesa in senso museale ma in un senso vivo e vivificante. Questa tradizione non è qualcosa che dobbiamo ammirare dietro una vetrina, ma qualcosa che dobbiamo essere capaci di far vivere sempre mettendola a confronto con la pratica viva della celebrazione liturgica. Questo non ci deve ingannare e non ci deve far pensare in modo incorretto: certamente non dobbiamo piegarci al brutto, al banale, al mediocre che emanano dalla sciatteria presente in tante celebrazioni liturgiche dei nostri tempi che di fatto tradiscono i documenti conciliari, non li applicano. La tradizione musicale, se usata con saggezza e con attenzione alla ritualità e alle mutate esigenze culturali che talvolta affondano anche in motivazioni di tipo antropologico, può certamente servire ancora la liturgia a molti livelli, di cui due mi sembra importante estrapolare: con l’uso di brani che ancora possono essere adattati alla liturgia (e ce ne sono tantissimi) e come modello per nuove composizioni che si prefiggono di non abbassare il livello di dignità, anche estetica, che spetta alla liturgia. Dobbiamo sfuggire il rischio di far divenire la liturgia un mero contenitore di oggetti preziosi, come un museo. La liturgia è più un laboratorio dove i materiali preziosi possono essere usati, ma anche elaborati in nuove forme alla ricerca di nuove soluzioni. Dire questo non è andare contro la tradizione, anzi è esaltarla nella essenza che gli è propria, quella di essere sempre viva e sempre vivificante come è stato per ogni periodo storico. Mummificare la tradizione è un altro tipo di tradimento, come quello di abbandonarla.

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