Vox (eng – ita) – M° Aurelio Porfiri

6I0A0588Choirs are concerned with the human voice. But how much do we know about the voice? Yes, we know about the superficial side of it, the sound (or noise) coming from the mouth of a human being. But what is the role of the voice in a choir? The Latin Vox is derived from an Indo-European root, uek(s). This root gives the Greek uepos, “epos, epopee”. Epos, or epic, is a series of poems celebrating heroes or gods with an elevated language. So, though strange to say, no use of the voice is more pertinent than when used for singing. Ordinary use of the voice is just a survival tool but the voice has its full dignity when elevated to poetry and singing (and probably poetry and singing are the same thing). The anthropologist Steven Mithen, in his important book “The Singing Neanderthal”, hypothesizes that probably the voice was used in primitive societies at first for singing (a sort of) and then for speaking. That may have been the first form of human communication.

But the use of the voice we make when we sing (and when we speak) is always the outcome of a battle between signifier and signified, between sound image and the idea, the “pointing finger” (Saussure) and the concept. But in singing, as the main difference from the spoken word, the signifier invades the signified, and this arbitrary relationship (Saussure) gives birth to a third object that I would not dare to define. It is the Song of Songs dynamics, of having someone that you cannot find. That should be the singing voice: the untiring quest for someone or something that is out there, that we know we love, but that will make us suffer to be ready to be in its presence.

I cori si occupano della voce umana. Ma quanto sappiamo della voce? Certo, sappiamo abbastanza del lato superficiale della stessa, il suono (o rumore) che viene dalla bocca di un essere umano. Ma qual é il ruolo della voce in un coro? Il latino Vox deriva da una radice indoeuropea, uek(s). Questa radice d ail Greco uepos, “epica, epopea”. L’epica é una serie di poemi celebrativi in onore di eroi o dei, con l’uso di un linguaggio elevato. Così strano a dirsi, nessun uso della voce é più pertinente di quando é usata per cantare. L’uso ordinario della voce é uno strumento di sopravvivenza ma la voce ha la sua piena dignità quando é elevata alla poesia e al canto (e probabilmente poesia e canto sono la stessa cosa). L’antropologo Stiven Mithen, nel suo importante libro “The Singing Neanderthal, ipotizza che probabilmente la voce era stata usata nella società primitiva prima per cantare (una specie di canto) e poi per parlare. Quella potrebbe essere stata la prima forma di comunicazione umana.

Ma l’uso che facciamo della voce quando cantiamo (o parliamo) é sempre il risultato della battaglia fra il significante e il significato, fra l’immagine Sonora e l’idea, fra “il dito puntato” (Saussure) e il concetto. Ma nel canto, come principale differenza con il discorso parlato, il significante invade il significato e questa relazione arbitraria (Saussure) fa nascere un terzo oggetto che non oserei definire. E la dinamica del Cantico dei Cantici, avere qualcuno che non puoi trovare. Questo dovrebbe essere la voce cantata: l’incessante ricerca per qualcuno o qualcosa che é al di fuori, che sappiamo di amare, ma che ci farà soffrire per essere pronto ad essere ammessi alla sua presenza.

 

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